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Nel
IV secolo a.C. Brindisi batteva una moneta che recava
sul verso l'immagine di Arione, il poeta greco inventore
della musica ditirambica che accompagnava la vendemmia,
avvolto di grappoli d'uva. A quel tempo, in cui Roma
era ancora chiusa nelle sue mura, il vino poteva già
vantare presso i Dauni, i Peuceti, i Messapi e gli altri
popoli che abitavano la Puglia una lunga storia. Quasi
mezzo millennio dopo, Decimo Giunio Giovenale, il poeta
satirico, scriveva di "Taranto, madida dei suoi
vini", e Plinio ricordava che l'Apulia produceva
vini che "non carent gloria", non mancano
di gloria. E ancora oggi in molti dialetti pugliesi
il vino si chiama "mjere", dal latino "merum",
vino puro, genuino. Allora come adesso, dunque, il terreno
calcareo e argilloso della regione, le sabbie tufacee
e i ciottoli di natura carsica, insieme al clima mite,
scarsamente piovoso, con estati calde e asciutte, determinano
condizioni eccellenti per la coltivazione di vitigni
di qualità. L'Uva di Troia, il Bombino, la Verdeca,
il Bianco di Alessano, il Primitivo, il Negro amaro
danno rossi maestosi e carichi di umore, rosati brillanti,
bianchi delicati e generosi, fino agli amabili vellutati
e ai briosi spumanti a fermentazione naturale. Eppure
presso alcuni il vino pugliese si trascina ancora -
limitativa ed errata - la definizione di "vino
da taglio". Vino di gran corpo, con alte punte
di gradazione, è vero che fino a qualche decennio
fa esso ha rappresentato una valvola di sicurezza, un'ancora
di salvezza per l'industria enologica di molte altre
regioni italiane e di Paesi europei. E questo è
vero anche oggi, se solo l'anno scorso si è scoperto
che un noto vino d.o.c. di
una regione non vicina era vino pugliese puro, senza
alcuna correzione; solo con un'altra etichetta. Al di
là di qualche pregiudizio duro a morire, però,
i vini pugliesi, in veste curata ed elegante, vanno
da tempo conoscendo un crescente successo in Italia
e nel mondo. Il merito di questo risultato è
della radicale trasformazione viticola, una vera e propria
rivoluzione qualitativa, avviata negli anni Sessanta.
Nuovi vitigni sono stati introdotti e la tradizionale
vite ad alberello è stata progressivamente sostituita
dal tendone o la spalliera. E i vini pugliesi hanno
dimostrato la loro duttilità trasformandosi in
preziosi e spesso delicati vini superiori da pasto.
Il risultato è oggi una produzione di qualità
con 25 vini a d.o.c., ma soprattutto riconoscimenti
diretti, come i premi vinti nelle più prestigiose
competizioni, e indiretti, come quando nella cantina
di un raffinato ristorante lombardo o toscano si trova
un vino pugliese "storico", o magari nuovo,
prodotto con l'attenzione ad un esigente mercato internazionale.
Testo: Stefano Tatullo
Foto: Angelo Antelmi |