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La Montagna Sacra
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  LA MONTAGNA SACRA: SANTA MARIA DI SIPONTO 

Dalla strada sembra quasi una villa, con il cancello e i pini sul fianco. Poi il portale, la forma quadrata e la cupoletta dal sapore d'Oriente che ci rimandano all'abbazia di San Leonardo qualche chilometro più in là ci dicono che siamo di fronte a Santa Maria Maggiore, l'antica cattedrale di Siponto. La località oggi è solo una stazione balneare alle porte di Manfredonia, ma la chiesa, insieme ai resti della basilica paleocristiana visibili sul suo fianco sinistro, ci rimanda al passato importante di quella che fu una delle principali città della Daunia. Siponto raggiunse il suo massimo splendore fra il IV e il VI secolo e fu sede di una diocesi che comprendeva tutto il Gargano con i suoi santuari, e nel 1067 ospitò perfino un concilio. Nel medioevo fu il più importante porto della Puglia settentrionale, punto d'imbarco per i crociati che si recavano in Terra Santa. Nel XIII secolo, però, ripetuti fenomeni di bradisismo la ricoprirono di paludi, finché un terribile terremoto non la distrusse pressoché totalmente nel 1223. I suoi abitanti si rifugiarono a Manfredonia, edificata dal figlio di Federico II di Svevia, Manfredi, e da allora, di una città che le leggende raccontano con magnifici palazzi dai tetti policromi, dalle cento chiese dai tetti d'oro, non resta che questa cattedrale e i blocchi di pietra squadrata testimonianza delle antiche mura.

  Fondata ai primi dell'XI secolo da Leone - il primo vescovo sipontino da quando la diocesi era stata assorbita da Benevento nel VII secolo - la chiesa prende il nome dalla icona bizantina di Santa Maria Odigitria ("Colei che indica la via"), attualmente custodita nella cattedrale di Manfredonia, oggetto di grandissima devozione da parte dei fedeli, soprattutto i pescatori. Dietro l'altare maggiore, che è un sarcofago paleocristiano con elegante decorazione a croci terminanti con bracci d'ancora, è esposta una bella "copia fedele eseguita da Aronne Del Vecchio," come recita la firma. La fede popolare attribuisce il "Sacro tavolo", dipinto su legno di cedro, alla mano di San Luca, l'evangelista pittore di ritratti della Vergine, e anche per questo non ha mai permesso che fosse manomessa; al punto che quando nel 1927 un restauro non fu più procrastinabile, esso fu eseguito a Roma in gran segreto. A destra dell'altare una cappelletta circolare probabilmente aggiunta posteriormente è, come ricorda una iscrizione del MDCCLVI, "sacellum et hypogeum" della marchesa Anna Cessa di Celentano; un privilegio un tempo concesso ai nobili. Sulla parete sinistra è incorniciato un pezzo del pavimento musivo della basilica paleocristiana, con elegantissimi motivi geometrici e raffinate sfumature di colore. La chiesa come la vediamo oggi è diversa dalla costruzione originale, che aveva un piano superiore e non aveva invece la bella cripta. Questa fu scavata posteriormente quando fu necessario rendere più stabile la struttura dopo che uno dei frequenti terremoti aveva fatto crollare la parete nord, in cui probabilmente si apriva l'ingresso originale, insieme alle coperture e l'intero piano superiore. Nella cripta, insieme a quattro possenti colonne situate in corrispondenza dei pilastri della chiesa, 16 colonne di marmo con capitelli corinzi sorreggono 25 cupolette a vela. Scesi gli otto scalini di accesso, sulla destra si trova un sarcofago altomedievale e di fronte una riproduzione fotografica della "Sipontina", una statua lignea, il cui originale è nella cattedrale di Manfredonia, conosciuta anche come la "Madonna dagli occhi sbarrati" o "Madonna del vomito". La Vergine, assisa su una sedia dall'alto schienale e con in grembo un insolito Bambino dai lineamenti di adulto, ha lo sguardo attonito e mesto di chi ha visto il dolore del mondo e lo porta dentro di sé. Narra infatti una leggenda che un nipote del vescovo Felice violentò la giovane figlia del diacono sotto i suoi occhi provocando l'afflizione della Vergine, che altri dolori conobbe a causa dei Turchi che più volte la rapirono portandola in Oriente. Ma la "Sipontina" era troppo legata alla sua terra e alla sua gente, e ogni volta se ne ritornò a casa da sola, anche se il viaggio per mare le provocò il vomito che le lasciò la macchia biancastra che ancora si può vedere sul mento.

 

Testo: Stefano Tatullo
Foto: Angelo Antelmi

 

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