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Ci
prende un sentimento di pace quando sullo sfondo fitto
di verde del monte Celano vediamo stagliarsi la mole
del convento di San Matteo a San Marco in Lamis. Forse
per la pianta quadrata dell'edificio, che più
che a un monastero fa pensare a una rocca, e ispira
solidità e quiete; forse per l'eleganza dei fregi
che pure ne ingentiliscono le mura; forse per l'aria
fine - siamo a 700 metri - che ci coglie quando scendiamo
nell'ampio piazzale e invece del brulicare dei pellegrini
di altri santuari, respiriamo silenzio, raccoglimento.
Il sentimento permane e si accresce all'interno dell'edificio,
nel chiostro medievale fatto apposta per la meditazione;
nei corridoi dagli spessi muri; nella grande biblioteca;
nella vetrata dell'elegante balcone che si affaccia
sulla conca carsica in cui è poggiato il paese.
La chiesa, piccola e raccolta, ha sull'altare maggiore
una statua lignea bizantineggiante di San Matteo. Intagliata
e dipinta probabilmente nel XII secolo, in origine rappresentava
Gesù benedicente, ma verso la fine del 500 fu
convertita nell'immagine dell'Evangelista. Un prezioso
reliquario d'argento seicentesco custodisce un dente
molare del Santo, la reliquia che da secoli attira al
convento migliaia di pellegrini. In una nicchia nella
parete destra è conservata una antica statua
di San Giovanni Battista, da cui il monastero prendeva
in origine il nome, che poi fu cambiato in San Giovanni
in Lamis (per i molti acquitrini, "lamae"
in latino, presenti nella zona). Quando fu fondato dai
Longobardi nel VI secolo il convento era uno degli ospizi
per i pellegrini lungo la strada che portava alla grotta
dell'Arcangelo a Monte. A dargli la forma maestosa e
severa che ammiriamo oggi furono i Benedettini, a cui
fu affidato nel 567. Furono essi che costruirono il
bel chiostro col pozzo e il primo piano, e con loro,
nello spirito della regola di San Benedetto, il monastero
divenne un importante centro di vita religiosa e culturale.
Nel X secolo l'Abbazia di San Giovanni Evangelista era
ormai il più importante centro benedettino in
Capitanata e aveva proprietà non solo in tutto
il Gargano ma anche nel Tavoliere e in Terra di Bari.
I Benedettini restarono nel convento fin verso la fine
dell'XIII secolo, quando lo scarso numero di monaci
e la difficoltà di amministrare un patrimonio
tanto vasto segnarono il momento della crisi e della
decadenza. Le popolazioni garganiche sotto il governo
dell'abate si ribellarono proclamando la propria indipendenza
e i signori locali rivendicarono a sé l'amministrazione
dei beni che erano stati dell'abbazia. Con una bolla
datata il 20 febbraio 1311 papa Clemente V affidò
il complesso ai potenti monaci Cistercensi, i quali
avevano grande influenza nel Sud dell'Italia, ma questo
non valse a riconquistare alla Chiesa la posizione di
dominio che aveva conosciuto nei secoli precedenti.
La perdita delle proprietà divenne sempre più
consistente e neanche l'assegnazione ad un Abate Commendatario
servì ad assicurare vita più facile al
monastero, che nella seconda metà del '500 fu
abbandonato dai Cistercensi. Dopo la loro partenza,
con Bolla del 14 febbraio 1578 Gregorio XIII affidò
ai Frati Minori Osservanti della antica Provincia di
Sant'Angelo la millenaria badia, che da allora cambiò
il nome in convento. Dalla fine del secolo, quando vi
fu portata la reliquia di San Matteo, il convento è
diventata mèta frequentatissima dai pellegrini
che salgono al Gargano, come mostrano le centinaia di
ex-voto che si conservano nel santuario. Oggi esso è
sede dello Studio Liceale dei Frati Minori della Puglia
e del Molise, e con la sua biblioteca ricca di 60.000
volumi raccolti nel corso dei secoli - fra i quali un
importante fondo antico - costituisce un punto d'incontro
per gli studiosi che salgono al convento a cercare un
luogo per lo studio e la riflessione, e che insieme
ai frati danno vita a congressi e pubblicazioni.
Testo: Stefano Tatullo
Foto: Angelo Antelmi
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