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 LA MONTAGNA SACRA: MONTE SANT'ANGELO - S.MICHELE 

Il 5 maggio del 490 d.C. il nobile sipontino Elvio Emanuele Gargano cercava sulla montagna un toro fuggito dalle sue proprietà e mentre una tempesta infuriava tutt'intorno lo trovò inginocchiato davanti a una grotta dedicata al culto del dio pagano Mitra. L'uomo lo chiamò e richiamò, ma il toro non si mosse. Allora Elvio Emanuele imbracciò l'arco e scoccò contro l'animale una freccia che però, misteriosamente, tornò indietro e lo ferì al piede, facendolo cadere da cavallo. E mentre cadeva, avvolto in una luce soffusa fatta di tutti i colori dell'arcobaleno, Gargano vide un Angelo guerriero che impugnava una spada scintillante. Tre giorni dopo, l'8 maggio, anche il vescovo di Siponto, Felice, vide in sogno l'arcangelo Michele, che gli annunciò che nell'antro di Mitra sulla montagna avrebbe fondato il suo culto. Passarono due anni, e il 29 settembre del 492, a Siponto assediata dagli Eruli di Odoacre, Michele andò in sogno al nuovo vescovo Lorenzo Maiorano, succeduto a Felice, per rincuorarlo e promettergli la vittoria contro i barbari. Il giorno dopo infatti gli Eruli furono dispersi dai difensori cristiani e inseguiti da schiere di angeli dalla spada fiammeggiante. Dopo la vittoria fu convocato a Siponto un sinodo dei vescovi delle città vicine che decisero di aprire al culto la sacra spelonca con un pellegrinaggio da tenersi nell'anniversario dell'apparizione, il 29 settembre del 493, e in quello stesso giorno si sarebbe proceduto alla consacrazione e alla dedicazione della grotta. Ma i prodigi non erano finiti. Quando l'anno dopo i vescovi giunsero alla caverna, nel vano principale trovarono un altare di marmo sul quale si trovava una preziosa croce di cristallo di rocca che scintillava di misteriosa luce propria, con l'orma del piede dell'Arcangelo impressa nella pietra. E al momento della dedicazione nell'antro risuonò possente la voce di Michele: "Voi non farete una tale cerimonia," egli disse, " poiché questa chiesa è già stata da me dedicata e consacrata. Questa, per ora e per sempre, sarà la mia casa." Da quel giorno il Monte Drion [in greco Drion = quercia] fu chiamato Monte Sant'Angelo, e da allora, a maggio e settembre lunghe file di fedeli - un tempo a piedi, poi su carri, oggi in automobili e autobus ma ancora parati con le penne colorate che sono il simbolo del pellegrinaggio - salgono alla grotta dell'Arcangelo. In processione, preceduti da stendardi e gonfaloni, cantando inni e salmi, le "compagnie" si dirigono alla grotta. Scendono gli 89 gradini della lunga scalinata di pietra, oltrepassano la porta di bronzo fatta eseguire a Costantinopoli nel 1076, e nell'antro vasto e basso dove la sacralità si fa palpabile, davanti alla statua di candido marmo di Andrea Sansovino uomini e donne sciolgono il loro canto all'Arcangelo e a lui si affidano, chiedendo aiuto per portare il peso e il dolore della condizione umana. La leggenda vuole che il santuario garganico sia stato il primo a diffondere nel mondo il culto micaelico, ma esso viene in realtà dall'Oriente. Già Cesare Baronio (1538 - 1607) cardinale e storico, nei suoi "Annales ecclesiastici" scrive che "scrittori greci e latini tramandano parecchie apparizioni di tal genere sia in Oriente, sia in Occidente." E lo storico francese Jean-Louis Huillard Bréholles (1817 - 1871) ricorda che il culto di San Michele in Oriente, dove era molto diffuso, risaliva a Costantino. Secondo il tedesco Eberhard Gothein (1853 - 1923), poi, fu la fantasia nordica dei Longobardi a sostituire la spada, arma di un popolo di combattenti, alla bilancia con cui San Michele veniva rappresentato nella tradizione iconografica orientale. Al di là di ciò, il santuario di Monte Sant'Angelo è stato fin dalla sua origine mèta di pellegrinaggio da parte di innumerevoli fedeli venuti da tutti i Paesi del mondo; uomini e donne comuni e personaggi di grande rilievo storico. San Francesco, l'imperatore Ottone e il re Ferdinando il Cattolico per rispetto a Michele entrarono nella grotta scalzi. Ottone III e Enrico II varcarono la soglia del sacro speco in atteggiamento di penitenti. E lo stesso fecero Roberto il Guiscardo, Federico II di Svevia e Carlo I d'Angiò. Fra i tanti uomini illustri, nel 1874 si recò in pellegrinaggio a Monte lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius. Davanti alla statua dell'Arcangelo, in cui il volto e l'atteggiamento enigmatico esprimono così icasticamente la dimensione misteriosa del "divino", lo studioso, colpito dalla fede dei pellegrini in preghiera, dai lumi che tremolavano nelle tenebre, dal fascino del luogo, scrisse: "Tredici secoli sono trascorsi, tanti cambiamenti sono avvenuti, ma l'Arcangelo del Gargano è restato immutato e i pellegrini pregano nel sacro luogo come ai tempi di Belisario e di Narsete." Oggi, 125 anni dopo, noi possiamo ripetere le stesse parole.

Testo: Stefano Tatullo
Foto: Angelo Antelmi

 

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