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Andando
da Foggia verso il mare, in prossimità di Manfredonia
si resta affascinati dal paesaggio aperto e brullo del
primo terrazzo garganico, e passando davanti all'edificio
in abbandono del convento si rischia di non accorgersi
di quello che è un gioiello dell'architettura
romanica pugliese: la chiesa abbaziale di San Leonardo
di Lama Volara. Ci si ferma attirati dal colore del
miele della pietra e subito si resta incantati dalla
forma e dalle dimensioni preziose dello scrigno. Quello
che ci viene incontro dopo il cancello è il fianco
sinistro, con il tetto di pietra sormontato da due cupole
ottagonali, il ricchissimo portale che ne fa la vera
facciata, le quattro monofore, con la prima a sinistra
chiusa da un merletto di pietra, Il portale è
incorniciato da un protiro impostato su due grifi che
poggiano su due colonne sostenute da leoni. Gli stipiti,
affiancati da due colonnine, sono sormontati da due
splendidi capitelli figurati ad altorilievo che portano
a sinistra il "Pellegrino al Gargano", a destra
"I re magi". Una larga fascia a ricami vegetali
che avvolgono figure zoomorfe ricopre gli stipiti, l'arco
e la lunetta, entro cui è racchiuso un Cristo
in mandorla. Colpiti da tanta ricchezza, si è
quasi contenti della semplicità del resto: la
facciata principale con il portale che appare spoglio
nella sua essenzialità; il fianco destro con
le sue bifore; e le tre absidi. In quella centrale,
con una finestra centinata, una bella fascia ornamentale
e delle sculture purtroppo mutilate, si può leggere
la firma di Guilielmus sacerdos, sotto la cui guida
lavorarono gli artigiani locali a cui si devono gli
altorilievi, i merletti scolpiti, i capitelli e le figure
che adornano la chiesa. Se può stupirci trovare
una simile gemma solitaria su quella ondulazione pietrosa
che sembra un altipiano, non ci sorprende apprendere
che ha un passato importante. La fondarono verso la
fine dell'XI secolo i Canonici Regolari di Sant'Agostino,
che venivano dal monastero francese di San Leonardo
presso Limoges, per dare ospitalità ai pellegrini
che si recavano a Monte Sant'Angelo. Conobbe grande
prosperità ma poi decadde, e nel 1261 papa Alessandro
IV la affidò ai Cavalieri Teutonici, che la restaurarono,
la fecero decorare con lo splendore che ancora ci colpisce,
e vi costruirono accanto un ospedale, di
cui si possono vedere i ruderi, per i crociati che tornavano
feriti e ammalati dalla Terra Santa. I cavalieri dal
mantello bianco con la croce nera la tennero fino al
'400 e poi la chiesa divenne Abbazia Concistoriale e
fu data in commenda a vari cardinali. Dal 600 fu affidata
ai Francescani, e nel 1810 fu soppressa da Giocchino
Murat e lasciata in abbandono, finché nel 1950
fu finalmente restaurata e riaperta al culto; e da qui
oggi i pellegrini che vengono da Sud cominciano il loro
giro dei santuari del Gargano. L'interno semplice, a
tre navate con volta a cupole nella centrale e a semibotte
nelle laterali, conserva nell'abside delle tracce di
affreschi duecenteschi. Sul primo altare a destra c'è
ora solo la riproduzione fotografica di un monumentale
Crocifisso ligneo che dopo il restauro eseguito nel
1957 viene conservato nella cattedrale di Manfredonia.
Scolpita e dipinta alla fine del XIII secolo da un intagliatore
daunio, l'opera riveste notevole importanza nella storia
dell'arte perché esemplifica il momento del passaggio
fra il mondo delle icone con pittura e tecniche orientali
e quello delle sculture nordiche che in Puglia furono
introdotte da normanni e svevi. Inatteso e suggestivo
come lo scrigno dell'abbazia,
il 21 giugno, giorno del solstizio d'estate, un raggio
di sole penetra al suo interno attraverso un rosoncino
a 11 petali nella volta centrale, a segnare l'ingresso
del sole nel Cancro. A mezzogiorno una rosa di luce
si disegna nel punto di intersezione fra l'asse del
portale laterale e la linea che congiunge i due pilastri
che separano la navata centrale da quella sinistra.
Nella simbologia sole-luce, che nella tradizione medievale
vedeva il Cristo associato al sole, la corona luminosa,
scendendo a terra, simboleggia la discesa dello Spirito
Santo sugli Apostoli riuniti nel cenacolo nel giorno
della Pentecoste.
Testo: Stefano Tatullo
Foto: Angelo Antelmi
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