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condottiero Abimelec aveva strategicamente calcolato
ogni attacco, minimo spostamento, ritiro, assalto, conquista.
Le mura di Tebez avrebbero ceduto dinanzi alla sua intelligenza
tecnica, alla sua lungimiranza militare, alla sua grandezza
irriducibile di uomo. E così fu. Oltrepassate
le mura, vicino un soffio alla vittoria, mi domando
cosa abbia pensato pochi secondi prima che una donna
gli scaraventasse una macina sulla testa. Un cranio
fracassato insieme alla sua intelligenza e lungimiranza,
evidentemente insufficienti per espugnare quell'ultima
Torre, (dall'ebraico Mitspèh, torre di guardia).
Una fortificazione, una costruzione difensiva legata
da un filo storico-funzionale molto sottile a quelle
Torri Costiere, assolutamente inutili alla difesa, disseminate
nella Puglia castellana insieme alla Sicilia, alla Campania
e alla Calabria. Si tratta delle terre anelate e più
spesso "visitate" da cartaginesi, fenici,
saraceni, normanni, provenzali, spagnoli, ma pure da
genovesi e pisani. Vere "visite piratesche"
non solo alla ricerca di "acquate" (acqua
da bere) e di monete, ma pure e soprattutto di merce
umana, di schiavi da vendere. Le Torri Saracene, o Torri-Martello,
o "Turrispecule", basse quadre e tozze, erano
prive di guarnigioni e di risorse, non essendo predisposte
a rispondere alle offese nemiche. I 'torrari' dovevano
'avvistare e avvisare', dare l'allarme, segnalare attraverso
fuochi, fumo, suono di campane, o sparo di cannoncini,
(qualora ne fossero stati provvisti). Da Agrippa a Napoleone
il legame che unisce le torri ai pirati è scontato
e da un senso concreto al progressivo spopolamento delle
zone costiere. Le torri costiere Pugliesi risalgono
al secolo XVI, epoca in cui altrove (nelle rimanenti
province Regno di
Napoli) venivano ricostruite quali monumenti di un'età
più antica. La rete costiera Pugliese con sedici
torri (di cui due non rinvenute) si sviluppa a strapiombo
sul mare, su compatti strati calcarei, per 150 Km, su
cui sorgono attualmente numerosi e piccoli porti naturali,
in corrispondenza di solchi scavati dalle acque piovane.
L'essenzialità della costruzione e la castità
degli elementi decorativi costituiscono la peculiarità
di tali 'monumenti'. La ragione della ritrovabile somiglianza
tra di esse è ritrovabile nel limite del raggiungimento
di un determinato progetto attraverso pochi mezzi (disponibilità
del materiale, capacità delle maestranze, tradizione
costruttiva del luogo). Erano a pianta quadrata, di
modeste dimensioni (10m x 10m), troncopiramidali; disponevano
di un solo piano, con caditoie in controscarpa, quasi
sempre a voltino. La parete d'accesso a monte era raggiungibile
con scala fissa o mobile con un piccolo ponte levatoio;
le pareti laterali presentavano solitamente una finestrella-feritoia,
mentre quella verso il mare era cieca. Di modeste dimensioni
(10m x 10m), alte circa 12m e spesse 2.50m, le murature
erano costruite con paramento interno in pietra (calcare),
squadrata e lavorata (sugli spigoli esterni, sopra le
caditoie, nelle volte e voltini interni) e paramento
esterno di conci non regolari o materiale tufaceo non
squadrato, legato con malta e successivamente intonacato.
Gli spigoli di 50+27cm impedivano la arrampicata lungo
la scarpa. All'interno la volta a
pieno centro era sempre a botte, indipendente rispetto
alle pareti laterali, rinforzata in chiave da una seconda
serie di conci, quasi fosse stata una seconda volta
sovrapposta alla prima, ma indipendente. In corrispondenza
delle caditoie vi era la pietra di sommità, ultima
possibilità di difesa. Intorno alla metà
del '500 Torri alte 20m con scarpate e ponte levatoio,
a tre piani si impongono in una concreta rete difensiva
anche all'interno del territorio, provviste di magazzino,
alloggio per la guarnigione e casematte per la batteria.
Tre o quattro armigeri si cambiavano il turno di guardia
e montavano in un ricovero sporgente dal terrazzo della
torre.
Testo: Stefania Guerra
Foto: Silvio Di Donna
Modellino: Antonio Acclavio
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