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GLI ANNI '50 E I BRACCIANTI DI CASTELLANETA 

L'amore per la natura che mi circonda, l'importanza del passato, il fremito nella voce del racconto di mia nonna Giuseppina mi spingono a soffermarmi su una pagina della storia, sicuramente poco nota, scritta da uno sparuto drappello di braccianti di Castellaneta alla fine dell'estate del 1950. Non deve destare stupore che a capo dei detrattori del World Trade Organization di Seattle, un contadino del Sud della Francia, con il suo carisma e il suo linguaggio schietto e diretto, abbia giocato un ruolo molto importante infervorando gli animi dei manifestanti. Ma torniamo alla nostra storia. Sino agli inizi degli anni 60, quando la provincia di Taranto si è resa protagonista di un rivoluzionario processo di industrializzazione, la maggioranza dei lavoratori attivi di Castellaneta era occupata in agricoltura. Tutta l'economia locale ruotava intorno al reddito dei lavoratori dell'agricoltura e ogni componente della famiglia metteva a disposizione del proprio nucleo familiare l'unica ma inesauribile risorsa di cui disponeva: le braccia. La lotta contro la fame ha caratterizzato e condizionato la vita di migliaia di famiglie del Mezzogiorno falcidiato dalla guerra, dalla penuria dei beni e dalla disoccupazione. Le lotte dei braccianti hanno dato un indiscutibile impulso al miglioramento di questa condizione con la conquista di lavoro e reddito. Alle sei di mattina di un giorno del settembre del 1950, in risposta ad un lungo periodo di esasperante disoccupazione, 122 braccianti di Castellaneta si resero protagonisti di un'originale iniziativa di protesta: lo sciopero a rovescio. Si presentarono, ognuno con il proprio attrezzo di lavoro, presso l'azienda della signora Sarapo (in contrada Grotte) e iniziarono, con grande impegno e serenità, indipendentemente dalla volontà del padrone, a spietrare il terreno, ricostruire i muretti, ricavare le "maredde" di pietra intorno agli alberi. Alla fine delle otto ore di lavoro il fattore espresse il suo apprezzamento per il lavoro svolto. Ma al ritorno a casa coloro che avevano organizzato questa singolare e non cruenta forma di protesta furono convocati in caserma e diffidati dal ripresentarsi al lavoro il giorno successivo. Al mattino seguente la polizia aveva presidiato l'azienda Sarapo impedendo il ripetersi degli eventi. Appostati a debita distanza i braccianti, affidandosi ad un vecchio cannocchiale, osservavano le mosse delle forze dell'ordine pronti a scioperare-lavorare ancora. Nel pomeriggio persistendo questa situazione, desistendo il manipolo di lavoratori sfilava in corteo per il centro del paese con un tale sfoggio di tenacia, fierezza, orgoglio che i poliziotti non solo non intervennero ma alcuni di loro furono colti da visibile commozione. Dopo sette mesi i 122 braccianti ricevettero una citazione in qualità di imputati invece della giusta retribuzione. Furono comunque tutti assolti con formula piena perché il fatto non costituiva reato. Questa forma originale ed incisiva di lotta, ripetuta successivamente in altre circostanze, indusse in quell'occasione il Prefetto di Taranto a prendere concreti provvedimenti per arginare la dilagante disoccupazione.

Testo: Stefano Martemucci

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