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LOTTE CONTADINE AD ANDRIA 

Il secondo dopoguerra fu segnato da miseria e disoccupazione, ad Andria come nel resto del Mezzogiorno. La condizione in cui molti lavoratori e contadini si trovavano era, a dir poco, tragica. E tale condizione, ai loro occhi, esasperati dagli anni di guerra e dall'ansia di ritorno alla normalità, doveva sembrare endemica. Così, il fuoco dell'indignazione covava sotto le ceneri economico-sociali lasciate dalla guerra. Il 5 marzo 1946 accadde l'inevitabile. Scoppiò la rivolta. Il rifiuto, opposto dalla ditta Spagnoletti - Zeuli, d'obbedire ad un'ordinanza del MOA (ufficio per la Massima Occupazione in Agricoltura) che la invitava ad assumere tra i suoi operai quattro reduci, ne fu all'origine. Riunitisi presso la Camera del Lavoro cittadina, i contadini, guidati da esponenti sindacali e del PCI, decisero di sequestrare alcuni proprietari terrieri del paese, e per rappresaglia, di tenerli rinchiusi in quella sede. Questa sorte toccò a Nicola Spagnoletti - Zeuli, Franco Ceci, Angelo Chieppa e Franco Tannoia. La sera di quello stesso giorno, martedì grasso, un gruppo di rivoltosi, indossando maschere carnevalesche, elusero i posti di controllo e bloccarono tutte le vie d'accesso al paese. Pareva che stesse per nascere una "Repubblica rossa"! Furono innalzate barricate e fu ordinato il coprifuoco. Le forze dell'ordine di stanza ad Andria, derubate di quasi tutte le armi di cui disponevano, caddero in balia dei rivoltosi. Il giorno seguente giunsero dei rinforzi che, però, a malapena riuscirono a scalfire la resistenza contadina operando qualche arresto. La situazione, non solo era sfuggita di mano a carabinieri e polizia, ma iniziava a diventare ingestibile anche da parte dei sindacalisti e del direttivo del PCI. Proprio per tentare di riprendere il controllo della situazione, Fissari, segretario della Camera del Lavoro di Andria, promise ai rivoltosi un incontro con Di Vittorio, il quale godeva di altissimo credito tra i proletari andriesi. L'incontro. data la gravità del caso, venne fissato per il giorno seguente. Giovedì 7 marzo, Piazza Umberto I era gremita. Sulle scale del Palazzo di Città spiccava la figura del Di Gaetano, capo dei comunisti, che portava al collo il fazzoletto rosso. Poco prima che Di Vittorio cominciasse il suo discorso, un colpo di fucile fece esplodere la situazione. "Hanno sparato a Di Vittorio", gridavano i presenti. Poi qualcuno additò palazzo Porro. Il colpo era stato esploso di là? La situazione divenne incontrollabile. Un drappello inferocito irruppe nella casa delle sorelle Porro e, dopo aver devastato e saccheggiato gran parte degli appartamenti, aggredì le quattro donne inermi. Due di loro, Carolina (54 anni) e Luisa (76 anni) dopo esser state linciate, furono trascinate lungo via Bovio e, laddove oggi sorge la Posta centrale, furono assassinate. Gli eventi di Andria ebbero una eco nazionale. Essi erano sintomatici di quanto profonde fossero la rabbia, la disperazione e la frustrazione dei lavoratori meridionali dell'epoca. L'ordine fu ripristinato, l'8 marzo, con la forza dei carri armati, che rimasero a presidiare Piazza Catuma per alcuni giorni, al fine di scoraggiare ogni tentativo di ripresa della lotta. Il processo che si aprì qualche mese più tardi, vide imputate ben centocinquantasette persone, di età compresa fra i venti ed i sessant'anni. La loro difesa fu patrocinata dall'avvocato Leonardantonio Sforza (futuro deputato del PCI e Sindaco di Andria), il quale riuscì a far prevalere la propria linea difensiva. Sebbene quel delitto fosse stato commesso con efferata crudeltà, nessuno degli imputati poteva essere personalmente ritenuto responsabile. L'omicidio era stato perpetrato dalla massa. La folla, ubriaca di rabbia, accettò senza indugio, d'indirizzare la propria ira contro le due attempate signorine, pur sapendo che, mai esse s'erano occupate di questioni politiche. La folla agì sospinta da un eccitamento e da una frenesia che nulla avevano in comune con la razionalità umana. La sorte delle due povere "beghine" fu tragica. Tuttavia non fu segnata da un progetto criminale ordito nei loro confronti. Carolina e Luisa Porro caddero vittime dell'insensibilità e dell'egoismo dei latifondisti andriesi, che scontrandosi con la fame e la disperazione del popolo, scatenarono energie devastanti e distruttive. Gli anni del boom economico erano lontani e questa vicenda, intrisa di disperazione, marchiò a fuoco la coscienza civile degli andriesi, i quali, ancora oggi, al solo sentir accennare a tali eventi abbassano lo sguardo e scotendo la testa ritornano con la memoria ad un passato che li vide, tragicamente, vittime e carnefici.

Testo: Nicola Di Molfetta

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