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  di Federico
POETI E VERSI ALLA CORTE DI FEDERICO 

Il lungo processo di gestazione della lingua italiana ebbe inizio all'ombra dei manieri federiciani, prima ancora che fra i verdi e lussureggianti colli della Toscana. Responsabile ne fu, l'opera di quella Scuola di poeti nota come Siciliana. Precorritrice dello stilnovismo, essa fu animata da spiriti gentili provenienti da diverse zone dell'Italia meridionale, e trovò, nelle corti dell'imperatore Federico II di Svevia, un ambiente fertile per il proprio sviluppo. Persino Dante, nel suo De Vulgari Eloquentia, tesse l'elogio dei sovrani della casata sveva, perché originari promotori di un'opera d'innalzamento e nobilitazione della lingua volgare. Primo e fondamentale anelito di quel virtuoso circolo di poeti (costituito dallo stesso Federico, dai suoi figli Enrico, Enzo e Manfredi, nonché da alcuni dei suoi alti funzionari Pier della Vigna, Rinaldo d'Aquino e Giacomino Pugliese) fu la trasformazione di un dialetto ancora primitivo, in aulico linguaggio, capace di esprimere in ogni sua sfumatura, la poesia della vita di corte. I modelli stilistici ai quali Federico e i suoi poeti guardarono, furono essenzialmente due: la poesia trovadorica francese e il suo corrispondente germanico, cioè i Minnesanger. In particolare, i poeti "siciliani" scelsero di riprendere uno dei temi che quei generi lirici offrivano: l'amore. La cosa può lasciare perplessi. Possibile che uomini di tal fatta, forgiati al governo ed alle arti militaresche, finissimi spiriti dediti alle più ardite speculazioni filosofiche, non fossero indotti a richiamare, nei loro versi, i drammatici avvenimenti del tempo, le inquietudini religiose e le tensioni sociali? Sebbene sia lecita, tale perplessità è destinata ad essere subito sciolta. A tal fine occorre avere ben chiaro l'obiettivo per il quale la Scuola siciliana era sorta. Essa doveva ingentilire il linguaggio esistente e fonderlo in un vocabolario sempre più ricco e raffinato. Poco importava il contenuto! I versi dovevano essere semplici esercizi di stile, poetici. La natura dell'opera dei poeti "siciliani" è chiaramente espressa da questi versi, che l'imperatore Federico dedicò ad una giovane dama siriana, la quale faceva parte del seguito della sua seconda moglie Jolanda di Gerusalemme:

 
"…Canzonetta gioiosa
va a la fior di Soria
a quella c'à in pregione lo mio core:
di'a la più amorosa,
ca per sua cortesia
si rimembri de lo suo servidore…"

 
Versi senza particolari pretese, che però dovevano essere modello di raffinatezza espressiva. Null'altro l'imperatore chiedeva ai suoi poeti. V'è però una canzone che, per gli elevati risultati poetici raggiunti, merita una specifica menzione. Il suo autore, re Enzo di Sardegna, figlio naturale di Federico, la compose durante la sua prigionia a Bologna. Essa esprime, in tutta la sua drammaticità, la presa di coscienza dell'approssimarsi della morte e dell'impossibilità di far ritorno alla propria patria. La strofa finale recita così:

 
"…Va canzonetta mia,
e saluta Messere,
dilli lo mal ch'i'aggio:
quelli che m'à'n balìa
sì distretto mi tene,
ch'eo viver non porraggio;
salutami Toscana
quella ched è sovrana,
in cui regna tutta cortesia;
e vanne in Puglia piana
la magna Capitana,
là dov'è lo mio core notte e dia"

 
Magistralmente questi versi manifestano la funzione del canto, e cioè accogliere ed esprimere tutto ciò che proviene dall'esperienza del mondo: amore, dolore… Federico, dunque, imperatore-pioniere, riuscì a piantare un seme prezioso in un terreno fecondo, dal quale sarebbero sbocciati fiori imperituri. Pochi decenni più tardi, infatti, il grembo della Toscana partorì Dante Alighieri, il quale proseguì l'opera dell'imperatore Federico e dei suoi poeti, infondendo al volgare l'anima del dolce stil novo, ed assicurando come immortalità all'italiano come lingua popolare.

Testo: Nicola Di Molfetta

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