| L'area
culturale meridionale, in quanto zona subalterna, ha
subìto, a partire dagli anni '50, un processo
di forzata trasformazione linguistica. Tale processo
è stato causato dalla borghesia neocapitalistica
italiana che, con aggressione ed arbitrio, ha portato
all'emarginazione delle culture "altre" ed
alla sostituzione delle stesse con la propria lingua,
l'italiano ufficiale. Questo fenomeno ha causato quella
che altrove è stata definita un'autentica "oppressione
- colonizzazione linguistica". Le classi emarginate
si sono trovate così, di punto in bianco, a dover
esprimere concetti appartenenti alla propria esperienza
di vita con l'ausilio di una lingua calata dall'alto,
imposta e sconosciuta nelle sue varie forme espressive
e tecniche strutturali. Il parlante ne è risultato
paralizzato, ridotto ad uno stato di alienazione, di
miserevole afonia. Contro la fagocitazione inarrestabile
dell'italofonia, l'uso del dialetto va visto e come
orgogliosa reazione e come confronto linguistico: il
dialetto rappresenta sia un modo istituzionalizzato,
alternativo ed equivalente all'italiano di esprimere
in toto le proprie esperienze e la propria visione della
realtà, nonché lo strumento con cui si
può vincere l'ardua battaglia di recupero - ricostruzione
di un'identità etnica, quella dell'area meridionale
subalterna. Il confronto dialettale che più da
vicino ci interessa è quello che si realizza
a livello micro - socio - linguistico, ossia quando
si riferisce agli atti linguistici singoli in cui si
possono inserire i testi poetici dialettali. L'operazione
compiuta dall'autore dialettale è piuttosto complessa
in quanto nella mediazione dell'arte, il poeta dilata
i connotati individuali e li rapporta a motivi ed elementi
di un dato gruppo sociale che nel nostro caso è
rappresentato dalla classe popolare meridionale. Di
questa vengono utilizzate, dai poeti che attribuiscono
alla propria poesia un ruolo di impegno sociale, le
tendenze culturali più dinamiche e foriere di
impulsi progressisti. I poeti di maggiore rilievo hanno
dato voce, attraverso i loro versi, a motivi culturali
e sociali che hanno investito e coinvolto il Mezzogiorno,
sia dal punto di vista etico e del costume (il divorzio,
l'aborto, la pillola anticoncezionale etc.), sia in
rapporto alle lotte sociali e al nuovo vigore politico,
seguiti al dopoguerra: il socialismo, il sindacalismo,
le lotte contadine etc. La poesia dialettale di Nicola
Giuseppe De Donno, salentino di Maglie, focalizza la
sua attenzione "su temi e momenti della grande
cultura senza confini" con cui si confronta, dai
tempi più recenti, la cultura meridionale: un
emblematico esempio è dato dallo scabroso tema
del divorzio a cui De Donno dedica la raccolta "Sìdici
sunetti pe llu divorzio" (Maglie, Tip. Gioffreda,
1974). Assai significativo, in questi versi, è
l'uso del dialetto come strumento di espressione. Esso
racchiude il doppio, apparentemente dicotomico tentativo,
di aggancio all'attualità e recupero di radici;
il tutto proteso e risolto nel raggiungimento di un'orgogliosa
e precisa individualità dinanzi a questi grandi
temi. Il dialetto con De Donno esce dall'ambito del
nostalgico, che secondo Pasolini ha rappresentato il
limite della poesia dialettale pugliese fino agli anni
'50, per farsi portavoce di una ben definita visione
del mondo capace di confrontarsi autonomamente e dignitosamente,
al pari di altre culture. Poesia sperimentale è
quella di Francesco Paolo Borazio "autodidatta,
imbianchino e cavamonti di San Marco in Lamis"
(FG), autore, oltre che di numerosi componimenti satirici
inediti, di un singolarissimo poemetto eroicomico in
vernacolo garganico intitolato "Lu trajone"
(a. c. di M. Coco, A. Motta, C. Siani, San Marco in
Lamis, ed. Quaderni del Sud, 1977). Degna di nota, nel
testo in questione, è la sperimentazione linguistica
e strutturale operata dal Borazio. Una sperimentazione
che vuole andare al di là dell'ambito strettamente
linguistico - letterario, che, nel suo coraggio e orgoglio,
vuole essere un messaggio al nuovo Mezzoggiorno perché
ripudi i falsi miti e le vecchie credenze, perché
si liberi dell'antica subordinazione e, forte di ciò,
vada incontro all'anelata renovatio. La poesia dell'impegno
e dai connotati progressisti non esaurisce gli usi artistici
del dialetto che da molti poeti pugliesi è usato
invece come lingua pura, la quale più che perseguire
veri scopi realistici, è usata come lingua "altra"
capace di fuggire intenti concretamente comunicativi
e rifugiarsi così nel mito del ricordo e dell'idillio.
I motivi della realtà subalterna, guardati con
l'occhio commosso della memoria, trasfigurati quindi
e contornati da confini labili e soffusi, ben si prestano
ad essere cantati da versi intrisi di lirismo e nostalgia.
A questo versante "metaforico" appartiene
la poesia di Pietro Gatti (Ceglie Messapica - BR) la
cui poesia è essenziale e atemporale come la
terra del suo ricordo. La dolcezza e la nostalgia della
memoria sono presenti anche nelle composizioni di Albino
Pierro. Personaggi e credenze popolari vengono mediati
artisticamente nella poesia di Giacomo Strizzi, garganico
di Alberona (FG). Il poeta funge da bozzettista, da
ritrattista in piena coerenza con un rapporto uomo -
natura che è lirico e memoriale. Anche dal punto
di vista linguistico la diversità tra i due filoni
è evidente. Se nei poeti realisti trionfa un
dialetto "dinamico", investito da una spinta
evoluzionistica che parallelamente coinvolge anche la
realtà culturale meridionale, nei poeti metaforici
è presente invece un "dialetto - Koiné"
che risponde alle esigenze di una lingua pura e remota,
in piena coerenza con i contenuti simbolici e memoriali
dei versi.
Testo: Angela Scommegna |