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Poesia
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  di Federico
FRANCESCO PAOLO BORAZIO 

Francesco Paolo Borazio nacque a San Marco in Lamis (FG) il 4 gennaio 1918. Dopo aver conseguito il diploma di licenza elementare con votazione tra "buono" e "lodevole", nel 1930 s'iscrisse al Regio Corso biennale di avviamento al lavoro che porterà a termine regolarmente. Dal 1932 si avviò ai mestieri di spaccapietre ed imbianchino. Nel 1939 venne chiamato alle armi come soldato di leva e poi ivi trattenuto a causa dell'imminente stato di guerra. I suoi lavori pubblicati postumi, a distanza di un trentennio dalla morte, sono: il poemetto eroicomico in vernacolo garganico "Lu Trajone" (Il Dragone) (a c. di M. Coco, A. Motta e C. Siani, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud 1977) e la raccolta di poesie "La preta favedda" (La pietra parla) (a c. di S. D'Amaro, A. Motta e C. Siani, Manduria, Quaderni del Sud / Lacaita 1982). Durante la guerra, inviato al fronte iugoslavo, Borazio contrasse una malattia polmonare che lo portò a peregrinare per vari ospedali militari italiani e a stabilirsi poi definitivamente, nel 1950, nella nativa San Marco in Lamis ove morì, appena trentacinquenne, in data 28 maggio 1953. Francesco Paolo può considerarsi un letterato essenzialmente autodidatta. Ha avuto poco tempo per formarsi una cultura superiore, appresa sicuramente negli anni successivi alle elementari e, più probabilmente, negli anni di vita al fronte nonché durante la malattia post bellica: un tirocinio faticoso dunque ed avvenuto in condizioni assai disagiate e singolari. La frequentazione privata e personale degli ostici manuali di retorica e stilistica gli fornirono gli strumenti per poetare in italiano: un apparato linguistico, questo, che esprimeva con distorsioni e forzature la sua concezione del mondo, ma che gli permise di dare forma artistica al suo umile dialetto. Il possesso della tradizione colta gli consentì di scoprire ed assaporare appieno le potenzialità vere della letteratura dialettale. Ecco uno dei motivi per i quali il Borazio, nonostante il duro tirocinio linguistico-letterario, rimase pienamente immerso nella realtà della vita popolare e paesana che provvide a rappresentare nel poemetto eroicomico "Lu Trajone" (Il Dragone), mediante l'adozione dell'apparato fabulistico. Sperimentazione linguistica e strutturale si intrecciano in tale poemetto a testimoniare le grandi potenzialità artistiche di questo poeta fatalmente stroncato dalla morte proprio nel momento in cui incominciavano a trapelare nelle sue opere i primi barbagli di una visione unitaria, di un'organica fusione tra moduli colti e toni popolari. Dal punto di vista strutturale Lu Trajone rappresenta un ironico capovolgimento dello schema stereotipato della fiaba popolare. Il terribile Dragone, il cattivo dunque, che sconvolge la tranquilla comunità di San Marco in Lamis, si rivela essere alla fine una realtà inesistente, solo una superstizione popolare; la vittima e l'eroe, che dovrebbe essere un personaggio dai nobili natali e dai poteri sovrannaturali, sono rappresentati insieme da una coppia di fidanzati. Scomparsi per un'intera notte, i due giovani vengono erroneamente creduti l'ennesima vittima del Dragone dall'intero villaggio che decide di vendicarli uccidendo il mostro. Alla fine i due amanti, ritrovati in teneri atteggiamenti, rivelano la loro fuga d'amore nonché l'inesistenza del drago come entità fisica ma, e questo è il sottile messaggio del poemetto, la sua esistenza come pericolosa superstizione radicata nelle menti del popolo. La favola si conclude con il matrimonio tra i due amanti: una vittoria sulle false credenze, una vittoria che forse è anche un messaggio: che il nuovo Mezzoggiorno (il poemetto è stato scritto nel '49 e risente fortemente del clima di liberazione dal mostro-fascismo) si 'fecondi', ripudi i falsi miti e si riscatti dall'antica subordinazione. Dal punto di vista linguistico riscontriamo una forte vivificazione del dialetto sammarchese, generata dalla contaminazione con i moduli colti. Sono presenti parole prese dall'italiano al fine di rappresentare realtà nuove; tali parole sono ovviamente 'profanate' dal punto di vista grafico e ciò testimonia l'esistenza di un rapporto dinamico tra dialetto e lingua, l'esistenza di una spinta 'progressista' nei confronti del dialetto, che gli fornisce gli strumenti atti all'espressione di realtà attuali, svecchiandolo e quindi epurandolo dalle componenti più meramente 'vernacolari'. Va da sé la presenza di registri linguistici assai vari, afferenti ad ambiti diversi: quello regional-burocratico del sindaco e del segretario comunale, quest'ultimo poi particolarmente paludato, quello vacillante tra dialetto e lingua dei dialoghi tra popolani e quello compattamente dialettale delle poche comparse femminili. Ne risulta un allegro bozzetto dalle pennellate assai diversificate, mai monotone e scandite dalle danzanti sestine di endecasillabi a rima alternata con distico finale a rima baciata. Tali schemi (soprattutto quello metrico), che si prestano a rendere appieno i virtuosismi dialettali del Borazio, il tono autoironico e burlesco, lo sguardo bonario e scherzoso dell'autore, ben riecheggiano la tradizione letteraria di generi e poeti (Pulci, Ariosto, Tassoni etc.) su cui, con tanta fatica, l'autore si era esercitato. Al di là dell'intreccio e delle prove di abilità tecnica, si percepisce dai versi di tal poemetto il sincero legame tra Borazio e la sua terra, evidente nel ritratto che egli fa, vivido e assai suggestivo, della natura murgiana, dei monti e terre brulli; evidente nella rievocazione di nomi di luoghi natii: "l'Orte lu Signure, la Vadda della Jana, la Preta la Vucella" etc.. Forte è anche il legame tra Borazio e la gente del suo paese, che egli sente come una collettività verso la quale cercò sempre di operare in direzione dell'impegno civile e politico (era di formazione socialista, e nel 1953 collaborò alla campagna elettorale per le elezioni politiche, disegnando manifesti politico - satirici per il Partito Socialista). Si riportano alcuni versi del Canto II (La Seduta) de Lu Traione ove il Borazio gioca con gran disinvoltura ed ironia nel miscidare registri linguistici assai diversi e pittorescamente 'stridenti':

CANTO SECONDO
(La Seduta)

1

Menimme mo allu fatte principale
success'a Seppantonie culla zita:
stèvene accredentate…
embè, che male
ci sta se ci so' gghiute a fa' na gita?
Pecché lu testimonie è la figghiola,
Li sia cuncessa a gghiessa la parola.

2

'' So' na povera figghia sventurata:
i' de deci anni so', Rosa me chiame…
e tegne la matreja…: 'dda dannata
m'ha cacciate da casa… e pe' la fame
so' gghiuta pe' mericule alla fratta
vucin'all'orte di Luca Ciabbatta.

3

Già calava la sera. Già lu sole
Ci ammucciava derete li muntagne,
a meze a tanta nuvela viole
e rosce, che parevene de sagne:
li Coppe, lu Starale, lu Cummente
me parèvene d'ore lucichiente.

4

Ma 'nnanze a quiddu sorta de spettacule,
senza abbadà meracule e pericule,
i' magnava e diceva: "Che miracule
che ci sta questa macchia de mericule…!"
E come nu verruchele zumpava,
tra macchie de mericule e magnava.

1

Veniamo ora al fatto principale
accaduto a Seppantonio e alla sua bella:
erano fidanzati . . .
e beh, che male
c'è se sono andati a farsi una gita!
Poiché la testimone è la ragazzina
Lasciamo a lei stessa la parola.

2

"Sono una povera figlia sventurata:
sono di dieci anni, Rosa mi chiamo . . .
ed ho una matrigna: quella dannata
mi ha cacciata di casa . . . e per la fame
sono andata a far more alla fratta
vicino all'orto di Luca Ciabatta.

3

Già calava la sera. Già il sole
Si nascondeva dietro le montagne,
in mezzo a tante nuvole viola
e rosse, che parevano di sangue:
le Coppe, lo Starale, il Convento
mi parevano d'oro luccicante.

4

Ma davanti a quella sorta di spettacolo
Senza badare a miracoli e pericoli,
io mangiavo e dicevo: "Che miracolo
che ci sia questa macchia di more . . . !"
E come una cavalletta saltavo
Tra macchie di more e mangiavo.

E dopo aver visto il mostro divorare i due innamorati:

. . .
7

Tutta tremanne a dente de paura,
Cull'occhi spalazzate e meza morta,
M'è menuta la joccia addirittura.
E la pajura è stata accuscì forta,
quanne che me so' vista spersa e sola
che m'è mancata quasa la parola".

. . .
9

All'alba lu pajese sta a remore.
Lu sìnneche vurria qualche parere,
apposta ha convocato l'Assessore,
li guardaboschi culli Cunsigliere,
pe' cuncertà nu mode bone e spicce
e ascì de meze a simile pasticce.

10

Lu Sinneche eva Ciccio Zaccaria,
nu jalantome nate, nu signore;
lu Sacretarie e l'ata cumpagnia,
tutte persone scicche e de valore.
L'Assemblea è cumpleta e dà principie
Inte na stanza dellu Municipie.

. . .
12

S'alza don Ciccio e fa na riverenza,
caccia na carta e culla mana stesa,
ci schiarisce la voce e po' accumenza:
"Alla cittadinanza sammarchesa,
e a voi, signor, fo' tanto di cappello
e vi rivolgio a tutti quest'appello.

13

Io sarò breve, come voi vedrete:
o che ci liberiamo del Dragone,
o se no, tutti quanti lo sapete . . .
oggi vi ho convocato per cagione,
di trovare un'idea che ci consiglia
pe' far tornar la pace 'gni famiglia.

. . .
7

Tutta tremando a denti di paura,
con gli occhi spalancati e mezza morta,
mi è venuto un colpo addirittura.
E la paura è stata così forte,
quando mi sono vista sperduta e sola
che mi è mancata quasi la parola"

. . .
9

All'alba il paese è in subbuglio.
Il sindaco vorrebbe qualche parere,
per questo ha convocato gli assessori,
i guardaboschi con i consiglieri,
per concordare un modo buono e spiccio
e uscire fuori da simile pasticcio.

10

Il sindaco era Ciccio Zaccaria
Un galantuomo nato, un signore;
il segretario e l'altra compagnia,
tutte persone scicche e di valore.
L'assemblea è completa ed ha principio
Dentro una stanza del municipio.

. . .
12

S'alza don Ciccio e fa una riverenza,
caccia una carta e con la mano stesa,
si schiarisce la voce e poi comincia:
"Alla cittadinanza sammarchese,
e a voi, signor, fo' tanto di cappello
e vi rivolgo a tutti quest'appello.

13

Io sarò breve, come voi vedrete:
o che ci liberiamo del dragone,
o se no, tutti quanti lo sapete . . .
oggi vi ho convocato per cagione,
di trovare un'idea che ci consiglia,
per far tornar la pace in ogni famiglia.

. . . Dopo una breve pausa l'assemblea riprende:

16

Prime de tutte parla mast'Andreja,
ch'è mastre de cucchiara e sape legge:
"Signori, io prepono all'Assembreja
che bisogna appurare lu pustegge,
dove il Tragone si ni va a dormire:
Murare il buco . . . in modo . . .
che pe' uscire . . "

17

Lu Sacretarie dice: "E' mai possibile
Accogliere un progetto sì infelice?
Perché come può essere accessibile
Il covo di quel mostro? Ce lo dice
l'amico?" Grida n'atu Consigliere:
"Quillo che dice il Sacritario è vere!"


16

Prima di tutti parla mastro Andrea
Che è mastro di cazzuola, e sa leggere:
"Signori, io propongo all'assemblea
che bisogna appurare il nascondiglio
dove il dragone se ne va a dormire:
murare il buco . . . in modo . . .
che per uscire "

17

Il segretario dice: "E' mai possibile
Accogliere un progetto sì infelice?"
Perché come può essere accessibile
Il covo di quel mostro? Ce lo dicembre
l'amico?" Grida un altro consigliere:
"Quello che dice il segretario è vero!"

Versi aggressivi, aspramente ironici, scherzosamente giocosi, afferenti alla sfera moraleggiante o a quella dell'impegno civile, sono presenti nella raccolta di poesie "La petra favedda". Tali versi sono tesi a formare un collage intenso e mai statico, e concorrono ad assegnare a Francesco Paolo Borazio un posto di rilievo nel quadro dialettale meridionale.

Testo: Angela Scommegna

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