| All'alba
del secolo dei lumi, la città di Molfetta accolse
nel suo grembo un pargolo destinato a donarle fama e
prestigio nei secoli a venire. Corrado Giaquinto nacque
l'8 febbraio del 1703, in quella via Sant'Orsola, ancora
oggi custodita nel cuore del centro storico cittadino.
La sua era una famiglia umile. Suo padre, artigiano,
riusciva a mantenere la propria famiglia esercitando
con sapienza ed onestà l'antica arte della sartoria.
Il piccolo Corrado iniziò a coltivare il suo
talento proprio nella città natale, sotto la
guida del pittore Saverio Porta. A circa sedici anni,
Giaquinto lasciò Molfetta per continuare la propria
formazione artistica nella capitale del Regno. Napoli
accolse con la sua solita generosità questo spirito
gentile, che divenne allievo dapprima di Nicola Maria
Rossi, e poi del celebre maestro Francesco Solimena.
Coi
suoi insegnamenti, quest'ultimo instillò, nel
pittore molfettese, l'essenza dell'arte barocca addolcita
dalle prime manifestazioni di gusto neoclassico. Paragonabile
all'influenza che il Solimena ebbe su Giaquinto, è
solo l'impronta che sulla sua arte lasciò Luca
Giordano. Per merito suo, Giaquinto sviluppò
la piacevolezza del colore cangiante, attraverso cui
egli riuscì ad imprimere formidabile eleganza
alla monumentalità di molte delle sue opere.
Nel 1723, Giaquinto giunse a Roma, dove ebbe l'opportunità
di lavorare a fianco di Sebastiano Conca. Roma fu omaggiata
dal maestro molfettese, con numerosi lavori. Nel 1732,
realizzò la decorazione della chiesa di S. Nicola
dei Lorenesi; poi, nel 1735, eseguì gli affreschi
in stile rococò che impreziosirono la sacralità
di S. Lorenzo in Damaso. Un lavoro, quest'ultimo, da
cui già si percepiva l'acquisizione di uno stile
consapevole e personale da parte dell'autore. Infine,
dal 1741 al 1742, Giaquinto fu impegnato nella realizzazione
delle grandi composizioni di S. Giovanni Calibita e
Santa Croce in Gerusalemme, i cui bozzetti e disegni
sono conservati nella raccolta del Museo di S. Martino
a Napoli.
La sua fama crebbe molto veolcemente, ed oltrepassò
i confini della penisola italica per giungere sino in
Spagna. Qui, nel 1752, divenne pittore di camera del
sovrano Ferdinando VI. A Madrid, Giaquinto procedette
alla decorazione di molte chiese. Ma, egli lavorò
moltissimo a Palazzo Reale, dove tra l'altro, realizzò
un luminosissimo affresco dello scalone raffigurante
l'allegoria della nascita del sole e quel capolavoro
che è il dipinto sovrastante la sala del Palazzo
Nuovo.
La sua arte fu molto richiesta anche Torino, dalla corte
sabauda. In particolare, eseguì molti dipinti
per la Villa della Regina e per la Chiesa di Santa Teresa.
Anche Molfetta conserva alcuni capolavori di Giaquinto.
Ricordiamo la rappresentazione dell'Assunta, conservata
nella Cattedrale; il dipinto del Santissimo Rosario,
custodito nella chiesa di S. Domenico; ed infine il
meraviglioso Arcangelo Raffaele con Tobia, nella chiesa
di Santo Stefano.
Durante la stagione matura della sua attività,
Giaquinto giunse a fregiarsi del titolo di caposcuola,
per cui venne chiamato il "Corrado". Di lui
e della sua nobilissima arte, resta il ricordo d'una
straordinaria immaginazione coloristica, che affascinò
il giovane Goya, ed attraverso la quale egli riuscì
ad impersonare la vivacità dello spirito rocaille.
Molti dubbi circondano gli ultimi anni della sua vita.
Con grande probabilità, Corrado Giaquinto terminò
la sua esistenza terrena nella tanto amata Napoli, nell'anno
1765.
Testo: Nicola Di Molfetta
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