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ancora vivo e bruciante il ricordo delle lotte fra i
Carafa ed il Vescovado di Andria, quando, il 24 gennaio
del 1705, nacque in questo piccolo paese del Regno di
Napoli, Carlo Broschi. Un bambino che l'Europa avrebbe
presto conosciuto col nome Farinelli. Figlio di Salvatore
e Caterina Barrese, entrambi musicisti di origine napoletana,
il piccolo Carlo crebbe sotto il tetto e la protezione
della famiglia Farina (di qui derivò il suo pseudonimo)
che gli consentì di studiare canto nella capitale
del Regno, presso il conservatorio di Sant'Onofrio a
Capuana. Suo maestro fu Nicola Antonio Porpora. Furono
questi gli anni terribili e sublimi, in cui il giovane
Broschi conobbe l'arte e ad essa decise di votare la
sua esistenza. L'innaturale assenza di spazi vuoti caratteristica
dell'architettura del tempo, trovò la sua proiezione
melodica nell'innaturale candore della voce di Farinelli.
Mai come in questo caso lo pseudonimo fu d'obbligo.
La castrazione aveva determinato la morte al mondo del
fanciullo Carlo Broschi, e la nascita alla musica di
Farinelli, strepitosa incarnazione di melodie immortali.
Esordì nel 1720, a soli 15 anni, con la serenata
Angelica e Medoro, le cui musiche erano state composte
dal Porpora, ed il cui testo era scaturito dalla giovane
penna di Metastasio. In realtà, quello fu anche
l'esordio del poeta romano nel mondo del teatro. Tra
i due nacque una profonda amicizia che si rafforzò
nei giorni di comune frequentazione del salotto della
famosa cantante romana Marianna Beuti, detta la "Romanina".
L'affetto che legò Farinelli e Metastasio emerge
dal loro epistolario ed è espresso eminentemente
dagli appellativi "gemello amatissimo" e "caro
gemello" con cui essi erano soliti chiamarsi in
ricordo del loro contemporaneo debutto.
Farinelli, voce della musica e dell'opera barocca, fu
applaudito ed osannato in tutti i maggiori teatri d'Italia
(1722-1733), a Vienna (1731) ed a Londra (1734). L'impraticabilità
che, gran parte delle arie per lui composte, presentava
per i suoi colleghi, contribuì a rendere Farinelli
e la musica, di cui egli fu magistrale interprete, una
sol cosa.
A Londra, fu protagonista, assieme alla compagnia del
Porpora, dell'opera buffa, messa in scena per l'Opera
of the Nobilty, istituita per volontà del Principe
di Galles Federico. Si trattava di un genere d'arte
fatto di storie semplici, situazioni vere, divertenti
e pungenti, che si contrapponeva alla pompa seriosa
del genere di tradizione. Una vera rivoluzione! L'opera
iniziava a rivolgersi ad un pubblico non più
élitario, che con grande entusiasmo riempiva
il Lincoln's Inn Theatre, dove Farinelli lo mandava
in totale visibilio. Nel 1796, Charles Burney fondatore
della musicologia, affermò: "la voce di
Farinelli non era soltanto di una prodigiosa agilità…ma
si piegava all'espressione degli affatti con immensa
tenerezza". L'affetto, con cui Farinelli serbò
nel cuore il ricordo del suo soggiorno londinese, ispirò
l' "Ossequioso ringraziamento per le cortesissime
grazie ricevute dalla britannica nazione" che egli
compose nel 1737.
Dopo aver trascorso un anno a Parigi (1736), Farinelli
si recò a Madrid e qui rimase per ben 22 anni.
Grazie al suo carattere pacifico ed onesto, entrò
subito nelle grazie del re, Ferdinando V, che lo nominò
direttore dei Reali Teatri. Il sovrano e la sua corte
lo vezzeggiarono ed adorarono come mai nessuno prima.
Fu persino insignito dell'Ordine di Colatrava, il quale
era rigorosamente riservato ai nobili d'alto lignaggio.
Quando, però, nel 1759 Carlo III divenne re,
Farinelli, che non aveva mai avuto buoni rapporti con
lui, decise di tornare in Italia.
Non fece mai ritorno nella sua terra natale. L'unico
merito che Andria ebbe nei suoi confronti fu quello
di avergli dato i primi natali di vita. Si ritirò
a vita privata nella sua splendida villa di Bologna,
dedicandosi ad un sano edonismo. Trascorse gli ultimi
anni della sua esistenza componendo musiche e circondandosi
dei più illustri personaggi del suo tempo. Purtroppo
la quasi totalità delle sue composizioni è
andata persa.
Morì nel 1782, a 77 anni, consegnando alla storia
il suo mito, e privando l'opera di una delle più
straordinarie voci che mai l'animarono.
Testo: Nicola Di Molfetta
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