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Lamberto
Probo |
Edoardo Winspeare, regista dal cognome inglese ma dalle
profonde radici salentine, dedica ancora una volta un
film alla realtà e alla cultura ancestrale dell'estremo
Sud della Puglia, al Salento. Se "Pizzicata",
sua opera prima, raccontava una storia ambientata nelle
campagne salentine durante la seconda guerra mondiale,
l'azione del suo secondo lungometraggio "Sangue
Vivo" si svolge invece ai giorni nostri. In lingua
salentina con sottotitoli, "Sangue Vivo" narra
la storia di due fratelli legati dalla passione per
la musica e per le tradizioni familiari, ma irrimediabilmente
divisi da rancori e incomprensioni reciproche, oltre
che da due caratteri opposti e contrastanti.
Pino, il più grande, carattere combattivo e caparbio,
vive ai margini della legalità dividendosi tra
il suo lavoro di fruttivendolo e l'attività di
contrabbando per mantenere sua moglie e i figli, sua
madre e lo stesso fratello. In lui vive il cupo e pungente
senso di colpa per non aver potuto evitare l'incidente
in cui suo padre ha perso la vita. L'unica via di riscatto
è per Pino la sua attività di tamburellista
in un gruppo che diffonde la musica popolare del Salento
- la "Pizzica" - inseguendo il sogno di un
ingaggio discografico.
Donato, suo fratello più piccolo, carattere più
debole e sensibile, vive di espedienti e di scelte sbagliate:
proprio in seguito alla morte del padre si arrende alle
lusinghe della droga e delle cattive amicizie, sprecando
in una vita disperata il suo talento artistico (è
il più bravo tamburellista del Salento) e il
sogno di un amore, e serbando nell'animo un oscuro rancore
verso suo fratello.
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Pino Zimba |
E' proprio attraverso la musica che Pino cerca di
salvare Donato dal proprio destino e di recuperare così
il loro legame. Ma Donato sembra impermeabile anche
alla sua antica passione, la musica, fonte per lui di
dignità e identità culturale prima, e
di dolore e consapevolezza della propria miseria poi.
Soltanto l'estremo sacrificio di Pino per salvarlo dalle
conseguenze drammatiche di una rapina risveglierà
in Donato la forza e la dignità schiacciate da
una vita difficile.
Girato ad Alessano e in altri comuni nell'estremo Sud-Est
del Salento, il film è interpretato da Pino Zimba
(Pino) e Lamberto Probo (Donato), attori non professionisti
appartenenti al gruppo musicale "Zoé"
(anche gli altri componenti del gruppo sono presenti
nel film in ruoli minori), attivi con lo stesso Winspeare
dal 1993 nella diffusione della musica popolare del
Salento; e proprio i due protagonisti regalano un'interpretazione
forte e intensa, carica di tensione e profondità
psicologica. Tensione ben resa anche dai dialoghi aspri
e duri, in cui sentimenti, pensieri, recriminazioni
sono spesso solo accennati, allusi. Inoltre, l'uso del
dialetto restituisce alle parole forza espressiva e
musicalità, e rende i personaggi straordinariamente
reali, perfettamente aderenti all'ambiente e all'estrazione
sociale cui appartengono.
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Il regista
Edoardo Winspeare e i suoi assistenti durante
le riprese del film |
Insieme alla lingua, anche la musica (la colonna sonora
è stata interamente composta dagli Zoé)
contribuisce a dare vita e ritmo alla storia, scandendo
con il battere incalzante della tammorra e con le melodie
ossessive del violino l'evolversi drammatico dell'intreccio.
Quale musica meglio della Pizzica poteva dare suoni
e voce a questa realtà così dura e dolente,
o sottolineare con maggiore efficacia le immagini di
una campagna luminosa e selvaggia, di paesi bianchi
immersi nel loro passato contadino eppure "contagiati"
dai mutamenti, talvolta dallo squallore della vita moderna?
Una musica che nasce proprio da queste terre, dal "sangue
vivo" dei suoi abitanti, dagli antichi rituali
nelle campagne contro il morso della "tarànta",
in cui la musica svolgeva la funzione terapeutica di
liberare attraverso il ritmo ossessivo le "tarantate"
(le donne cioè "pizzicate" dalle tarantole)
dal loro male. E anche vista in chiave moderna, questa
musica non perde il suo fascino ancestrale: può
ancora essere considerata nella sua funzione terapeutica,
come strumento di "trance" collettiva, di
liberazione attraverso il ballo non più dal male
fisico, ma dall'angoscia esistenziale, un ballo insomma
cui abbandonarsi con gioia selvaggia, tirando fuori
i propri impulsi e le proprie emozioni. Una risposta
dignitosa e antica che appartiene alla cultura contadina
(di cui Pino ne rappresenta l'incarnazione) di riscatto
dalle difficoltà, dal dolore della vita, e che
rifiuta e scaccia come una bestia nera i mezzi artificiali
di stordimento quali la droga (cui invece Donato affida
la propria disperazione) propri della cultura moderna
e industriale.
Testo: Marta Cafagna
Foto: Anna Nacci - Tarantula Rubra
Leggi la
biografia degli Officina Zoè
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